18 settembre 2025
Il 13 settembre presso il monastero di Camaldoli è stato presentato ufficialmente il Nuovo codice di Camaldoli.
Si tratta di un documento in cui un centinaio di universitari ed esperti di area cattolica e laica presentano un modello per lo sviluppo economico della Unione Europea.
Viene chiamato Codice perché si rifà per i contenuti e per il luogo dell’elaborazione finale ad un altro documento. Durante la guerra nello stesso luogo alcune decine di universitari cattolici e membri dell’Azione Cattolica si riunirono per formulare un nuovo modello di stato, società e di politica economica. Queste persone lavorarono alla stesura finale nella settimana intorno al 19 luglio 1943 (giorno del grande bombardamento alleato di San Lorenzo a Roma), restando addirittura bloccati nel monastero.
È interessante paragonare lo schema del codice del 1943 a quello del nuovo codice di Camaldoli. Il vecchio codice era diviso in sette punti: lo Stato, la famiglia, l’educazione, il lavoro, produzione scambio, attività economica, vita internazionale. Il nuovo documento invece è strutturato essenzialmente sull’aspettativa degli estensori (come della grande maggioranza dei cittadini dell’UE) che l’attività dell’Unione diventi efficiente e realizzi finalmente i valori cui si ispira nella realtà politica e sociale.
«I valori già proclamati nella Carta dei diritti dell’Unione e nel Trattato di Lisbona richiedono di essere rinnovati, approfonditi e, soprattutto, attuati: libertà, fraternità e uguaglianza; democrazia liberale e stato di diritto; solidarietà, sussidiarietà e partecipazione; bene comune e giustizia sociale; sviluppo sostenibile ed ecologia integrale; identità culturale e umanesimo europeo; pace e nonviolenza»
Non bisogna dimenticare che nel 1941 era già stato redatto l’altrettanto famoso Manifesto di Ventotene (A. Spinelli), dove da parte laica era formulato un progetto di Unione Europea, e che fu lanciato sempre nel 1943 dopo la caduta del fascismo.
I documenti sia di Camaldoli e che di Ventotene servirono di base per l’Unione Europea lanciata da De Gasperi, Adenauer, Spaak, Monnet, Schuman, Spinelli e da altri europeisti.
Ora, però, non si tratterebbe di fare qualche cosa di totalmente nuovo rispetto l’assetto politico vigente.
«L’orizzonte verso cui vogliamo muoverci è la costruzione di un’autentica Federazione europea costituita da tutti i Paesi che attualmente fanno parte dell’Unione e aperta ad ulteriori allargamenti e processi di cooperazione. Solo costituendo un autentico governo federale, pienamente legittimato dal punto divista democratico e dotato dei necessari poteri e strumenti di governo sarà possibile superare l’attuale debolezza dei singoli Stati membri dell’Unione e i limiti imposti ad essa da un processo intergovernativo che coinvolge oggi 27 Paesi e per il quale si prospettano ulteriori ampliamenti»
A Camaldoli è stata quindi lanciata la proposta che un gruppo di Stati più volenterosi degli altri e che pur restando nell’Unione Europea siano disposti a cedere una maggior parte della propria sovranità per arrivare veramente ad avere una politica economica sociale, estera e anche militare che funzioni.
L’ultima parte del Nuovo Camaldoli mi sembra, però, mostrare una struttura più astratta, nel senso che riprende sulla pace l’ispirazione della Fondazione La Pira di Firenze. Sembra un appello morale più che lo schizzo di un programma politico. Per il blocco istituzionale della governance dell’UE il documento presenta, oltre all’elenco dei valori da attuare, la proposta di un gruppo di Stati volenterosi disposti a sacrificare il loro interessi nazionalisti alla Federazione di Stati; ma sulla pace non trovo nessuna indicazione operativa. Se non quella di una difesa comunitaria, di fatto direttamente irrealizzabile, come lo fu negli anni ’50 la Comunità Europea di Difesa (CED).